Tra amore e alleanza

2008 Luglio 17
by Baraka

Il rapporto fra uomo e donna: parla il filosofo Xavier Lacroix – di Isabelle De Gaulmyn

 Xavier Lacroix è uno dei più noti filosofi francesi. Ex direttore dell’Istituto delle scienze della famiglia, oggi è preside della Facoltà di Teologia all’Università di Lione. È autore in particolare di numerosi saggi fra cui “L’avvenire è l’altro” (Cerf) e “I miraggi dell’amore” (Bayard /Novalis). In italiano sono state tradotte le opere “Il corpo di carne” (Edb) e “Il corpo e lo spirito” (Qiqajon).

La visione della coppia esaltata dalla Chiesa sembra sempre più inconciliabile con quella della società. Tale crescente scostamento non le fa un po’ paura?

 ”Oggi si è particolarmente sensibili alle differenze tra il punto di vista cristiano e l’opinione comune. Ma esistono comunque numerosi punti di contatto, che mi sembrano evidenti su almeno tre aspetti della coppia: la libertà, la parità tra i coniugi e l’amore. A rigor di storia, questo modello è all’80% giudeo-cristiano. Su un aspetto sostanziale, invece, la morale cristiana è molto più “antica” della morale comune: sull’indissolubilità del matrimonio. Per noi cristiani, l’unione coniugale è stipulata per la vita. Le sue radici sono così profonde che la volontà non può disfarla: “Ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi.” Questo impegno radicale costituisce un tratto che la modernità capisce sempre meno. La nostra società è infatti basata sulla nozione di contratto, stipulato liberamente: si deve poter disfare ciò che si ha contratto”.

 La visione cristiana della coppia si è tuttavia notevolmente evoluta…

 ”Su questo punto, come su altri, il cristianesimo ha ricevuto contributi dalla modernità. Quest’ultima promuove l’”intersoggettività” della coppia, vale a dire l’affetto, il desiderio che può esistere tra due soggetti. Bisogna comunque sfumare: secondo gli storici, in Occidente è soltanto dal Settecento che l’amore è diventato il valore centrale della coppia. San Paolo già dal I secolo, proclamando “Mariti, amate le vostre mogli”, poneva l’amore nel cuore del matrimonio. Prima ancora, l’Antico Testamento ha compiuto un lavoro quasi millenario di avvicinamento tra amore e alleanza. I due termini erano all’inizio molto diversi: l’alleanza fu utilizzata in un contesto guerriero o familiare, per proteggere un patrimonio; l’amore invece era concepito come una passione, che si viveva al di fuori del matrimonio. L’avvicinamento dell’amore all’alleanza sarà uno degli oggetti della corrente profetica: Osea, Isaia, Geremia, Ezechiele”.

 Nella tradizione giudeo-cristiana, quindi, la coppia non è vista soltanto attraverso la procreazione?

 ”No, la Bibbia contiene numerosi esempi di coppie che si amano. Per non parlare del Cantico dei Cantici: sapete che gli Ebrei lo leggono ogni venerdì sera? Si potrebbe anche citare questo passaggio della Genesi: “L’uomo lascerà il padre e la madre e si legherà alla moglie…”. Il comandamento biblico non ordina soltanto di sposarsi, ma anche di legarsi alla moglie, letteralmente di amarla”.

In un certo senso, allora, la Chiesa avrebbe compiuto alla fine del XX secolo una specie di ritorno alle fonti bibliche.

“Attenzione a non forzare troppo il passo! Sarebbe semplicistico pensare che usciamo da venti secoli di oscurantismo… È più giusto parlare di una nuova proposta della tradizione biblica. Prima dipendevamo da una tradizione che peraltro non è biblica, ma stoica: padronanza di sé, ascesi, diffidenza nei confronti del corpo, desiderio assimilato al disordine”.

 Oggi la Chiesa riconosce il posto dell’affetto nel rapporto coniugale.

 ”Si, a patto di non ridurre la coppia a questa dimensione. La psicologia non è tutto: ciò che hanno fatto gli affetti, gli affetti potranno disfarlo. La coppia, per durare, deve essere anche un’avventura spirituale”.

 La coppia è quindi un affare dello spirito?

 ”È un impegno della libertà, non soltanto del desiderio. Una libertà definita come capacità di volere e di decidere. Quando si è in coppia, si compie un atto che impegna e che non si limita alla dimensione affettiva. Il perdono, per esempio, è una decisione della libertà profonda. Lo stessa avviene per la speranza o la fiducia: sono due sfide spirituali”.

 Non sarebbe quindi necessario amarsi, per sposarsi?

 ”Diciamo piuttosto che non è necessario sposarsi per amarsi. Tra l’amore e il matrimonio c’è un passaggio da superare, il passaggio della fede. La mia intuizione è che la coppia sia basata su una sorgente più profonda della congiunzione di due psichismi, più profonda del “tu” e dell’”io”. La caratteristica dei credenti è che osano nominare tale sorgente, questo dono gratuito. Non si accontentano di chiamarlo Dio, sarebbe troppo vago, ma si riferiscono alla dimensione della Trinità: Padre, per la fonte del dono, Cristo, il corpo del dono, Spirito, il dono donato, il soffio del dono. Questa triplice vita non è soltanto il risultato dell’alchimia tra due psichismi, ma piuttosto l’ingresso in una vita nuova, portatrice di un dinamismo di libertà: “Essere uno solo con un libero reciproco dono è possibile soltanto per degli esseri spirituali”, scriveva Edith Stein nel 1942″.

 Questa è quindi una condizione perché la coppia resista?

 ”Il legame coniugale può vivere solo se ognuno dei due è capace di dono autentico. La maggioranza delle coppie desidera durare. Non è una questione di motivazione, ma di energia. “Non ho più la forza di perdonarle”, ho sentito dire un giorno da un marito. Nella fides c’è l’abbandono, la recezione di quest’energia. Lo psichismo, invece, è egoista! Non lo dico io, bensì Lévinas… L’affettività è molto instabile. In una coppia ci saranno dei “guasti”, gravi crisi, tempeste. L’amore coniugale ha bisogno di trovare un punto d’appoggio al di fuori di esso, questa sorgente, questo “fiume sotterraneo unico e fisso”, scriveva Etty Hillesum. Come esistono notti della fede, esistono anche “notti della coppia”, delle traversate nel deserto. Il vocabolario nuziale è stato d’altronde inventato dai mistici, come san Bernardo, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce”.

 Qual è, allora, il posto del bambino nella coppia?

 ”La coppia tende, in profondità, ad aprirsi al terzo. Al grande Terzo, sorgente del suo amore. Ma anche al terzo bambino, incarnazione della sua unione. È importante: il bambino non è soltanto il figlio di un uomo e di una donna. È il frutto di un legame. L’amore che riceve dal padre e dalla madre è anche l’amore coniugale”.

Eppure, ci sono molte coppie senza bambini…

 ”Questo è generalmente vissuto come una sofferenza, una prova che testa l’ancoraggio profondo del desiderio di fecondità nella coppia. Allo stesso tempo, queste coppie dimostrano che la fecondità carnale, biologica, non è l’unica forma di fecondità. La coppia, in qualità di coppia, è portata ad avere un ascendente sociale, comunitario, ecclesiale”.

 Si parla, nella Chiesa, del “ministero” della famiglia. Si può parlare anche di ministero della coppia?

“Evito il linguaggio troppo globalizzante. La vocazione di ognuno rimane unica, anche se non si può essere fecondi da soli. Ciò viene ad aggiungersi alla dimensione comunitaria della coppia, che sarà arricchita e rinforzata dalla condivisione, dalla vita fraterna con altri. Una coppia isolata è, a mio parere, una coppia minacciata”.

 Teologicamente, che cosa fonda questa dimensione comunitaria?

 ”Gesù, nel Vangelo, prende le distanze rispetto alla sua famiglia: “Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?”, egli risponde. Gesù invita semplicemente a porre i legami familiari nel posto giusto, che è relativo, subordinandoli a un altro fine. Chiama così a una liberazione rispetto a ciò che i legami possono avere di costrittivo. L’amore tra gli sposi verrà vivificato quando sarà aperto ad uno più grande di lui, all’”amore-agape”, amore-carità, amore fraterno si direbbe oggi. Ciò che viviamo tra noi, nel nostro intimo, rimanda a ciò che vivono anche altre coppie, altre famiglie. Ne ho fatto l’esperienza: siamo molto di più e meglio in comunione tra noi quando siamo in comunione con altri. Ciò che la coppia vive profondamente, la verità estrema che l’unisce, è una vita che la supera, che essa condivide con altri. La coppia non è soltanto il risultato di due psicologie, ma si traduce con l’ingresso in un dinamismo più ampio, più profondo”.

 da “Ma Freud non salva le coppie in crisi”, Avvenire del 22 luglio 2001-articolo riproposto da Swif, sito web italiano per la filosofia

 

 

 

2 Risposte Lascia un →
  1. 2008 Luglio 17

    Interessante davvero, molti molti spunti di riflessione. Avevo pensato anche io in relazione al matrimonio che la vita di coppia non può essere appannaggio della psicologia se non per una piccola minima parte. Credo anche io che l’amore apra ad altro e porti ad una comunione con altro amore. Un po’ come quando al catechismo ti insegnano che il corpo di Cristo ti mette in comunione con Nostro Signore, ma anche con tutta la chiesa…mi addentro difficilmente e con molta cautela nella filosofia…spero di essermi spiegata.
    A presto.
    Fioridiarancio

  2. 2008 Luglio 17
    S&P permalink

    Condivido quanto scrive Xavier Lacroix. Anche a me è stato detto più volte che l’amore e il matrimonio d’amore sono invenzioni recenti, secondo me, contro ogni evidenza anche solo letteraria.
    In questi anni ho visto come la confusione prevalente tra amore e passione (che a volte è semplice “bolla”), tra momento d’esaltazione e vita felice danneggi le persone.
    Sempre mi stupisce come la Chiesa su certe cose “ci prenda”.
    Anche se poi difatto il matrimonio in tante parrocchie viene presentato come un sacrificio forse utile, ma certamente un gran sacrificio. Per questo sono anche un po’diffidente e credo che la propria esperienza della coppia, dell’amore vada prima di tutto vissuta, però, sì, con la fede che l’amore, che non creiamo ma ci viene dall’alto, dura per sempre.
    S&P

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